La triste storia di Lui Xiaobo, Nobel per la Pace 2010

La notizia è della scorsa settimana. Liu Xiaobo, scrittore e intellettuale cinese è morto in prigione a Pechino, all’età di 61 anni, senza poter riabbracciare la moglie, anche lei agli arresti domiciliari, con la sola colpa di essere la compagna di un dissidente.

La tragica storia di Lui è quella di un uomo schiacciato dal sistema del Partito Unico che tiene saldamente nelle mani tutti i poteri  (legislativo giudiziario, esecutivo) e non ammette voci discordanti. Chi prova ad esprimere un’opinione diversa, come fece Liu, anche senza alcuna violenza – paga con la libertà, o con la vita stessa.

Il controllo sull’informazione in Cina è totale. Google è oscurato. Basta entrare nella libreria di una una qualsiasi città cinese per comprendere in concreto cosa questo significhi. Tutti i testi sono sottoposti alla censura e non esiste libro in vendita che non sia in linea con il socialismo cinese.Gli scaffali dell’area dedicata alla filosofia sono il deserto dei tartari. Dai greci si passa direttamente a Marx ed Engels  per poi approdare a Mao Zédõng

Il cambio di marcia della Cina
Il presidente Xi Jinping ha recentemente dichiarato che la Cina sta facendo un salto qualitativo nel suo processo di sviluppo. Basta con le impennate a due cifre, centrate sulla quantità, è ora il tempo di una crescita “armonica” che mira al raddoppio del Pil procapite e a correggere le storture, dovuto all’incremento troppo veloce dell’ultimo decennio. Già ora, il continente della Grande Muraglia è il secondo investitore al mondo in Ricerca e Sviluppo.

In aprile sono stata a Hounzhou, la città sede, tra gli altri, di Alibaba, gigante mondiale di e-commerce, e terzo polo industriale cinese. Se non attraversi la strada con cautela rischi di venire travolto da un autobus pubblico, o anche semplicemente da un motorino. La ragione è perché non li senti arrivare: sono elettrici e quindi silenziosissimi

In altre parole, la Cina si è posta il problema di affrontare molti dei suoi nodi, tra cui quello ambientale.

Resta aperto il grande e grave problema della democrazia.

Lui Xiao lottato per tutta la vita Lui Xiao per l’affermazione dei diritti umani, facendo della non violenza la sua bandiera. Il Nobel per la Pace che ricevette nel 2010 fu considerato da Pechino come una provocazione internazionale, un’indebita ingerenza negli affari interni. Perché nel 2010 il dissidente Liu era già in prigione, condannato a 11 anni per «attività tese a sovvertire l’ordine dello Stato». La sua colpa: aver scritto «Charter 2008», un manifesto politico che si prodigava per il multipartitismo e la democrazia in Cina. Un manifesto sottoscritto da centinaia di intellettuali del Paese.

Liu è stato controllato dalle autorità fino all’ultimo istante della sua vita. Non gli è stato neanche concesso di andare all’estero per ricevere le cure che avrebbero consentito di allungare la vita (aveva un tumore al fegato), né di ricongiungersi alla moglie, la poetessa Liu Xia, agli arresti domiciliari, con la sola colpa di essere la compagna di un dissidente.

Il sistema è stato inflessibile con lui e per negare il trasferimento è cominciato uno stillicidio di informazioni, foto e filmati diffusi da fonti anonime. Prima un video nel quale Liu veniva assistito da personale medico e ringraziava per le cure. Poi annunci drammatici sul deterioramento delle condizioni e l’impossibilità di ogni trasferimento.

In questo tragico balletto, le autorità cinesi e la stampa statale hanno continuato a ripetere che non c’era alcun motivo perché dall’estero arrivassero invocazioni: Liu era un semplice caso giudiziario. Ma tutto ciò che è stato fatto dimostra l’esatto contrario: Liu era considerato un pericolo per il potere.

Per la verità, dall’Occidente la pressione non ha superato il livello di guardia, giusto quel tanto per evitare il silenzio assoluto.

Liu: “Spero di essere l’ultima vittima dell’inquisizione. La Cina è una grande nazione”.

I riflettori su Liu Xiaobo si accesero nel 1989: allora insegnava alla Columbia University di New York, ma tornò a Pechino per la protesta della Tienanmen. Si schierò con gli studenti, ma li implorò alla fine di ritirarsi per evitare il massacro. Fu incarcerato una prima volta per due anni. Poi si fece tre anni di campo di rieducazione, dal ’96 al ’99.
Nel 2008 pubblicò «Charter 08», ispirata alla «Charta 77» dei dissidenti cecoslovacchi dell’era sovietica. L’intellettuale cinese chiedeva aperture democratiche, non la fine del governo comunista. Gli costò una dura condanna a 11 anni.
Era in cella quando nel 2010 gli fu assegnato il Nobel e la sua sedia rimase vuota alla cerimonia di consegna. Se fosse stato libero di tenere il suo discorso, Liu Xiaobo avrebbe potuto leggere qualche brano del suo manifesto politico: «La Cina è una grande nazione, il cui sistema politico continua a produrre disastri sul fronte dei diritti dell’uomo… spero di poter essere l’ultima vittima dell’inquisizione».

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